Temporary Branches, 2016

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In Temporary Branches il "paesaggio" elettronico sottostante a buona parte del nostro quotidiano ambiente visivo, di cui spesso non siamo consapevoli, diventa una presenza concreta che, insieme allo spazio fisico che la ospita, crea una relazione esperienziale con lo spettatore.

Il lavoro ha origine dalle fotografie di alcuni rami scattate durante una passeggiata in un bosco, trasformate in disegni con un programma vettoriale, attraverso un processo delegato al computer e aperto alla casualità. L'incapacità del software a compiere una curva, se non riducendola in infiniti segmenti, genera oltre alla figura di sintesi, dove è invisibile la frammentarietà del segno, una serie di tracciati che ne visualizzano la costruzione. Questi ultimi diventano flessibili oggetti di gomma poliuretanica e PVC.

L'installazione si presenta come un flusso dalle dimensioni variabili, che può idealmente crescere all'infinito, con rami più lunghi e più grandi, adattandosi allo spazio grazie alla flessibilità dei materiali che la compongono.
Elementi di colore rosso acceso si alternano ad altri trasparenti, percepibili meno distintamente, ma la cui densità diventa evidente, a seconda dei punti di vista e del modo in cui la luce li attraversa.

Nello sviluppo dei progetti software, i temporary branches sono "spazi" laterali per risolvere problemi o sperimentare modifiche. Essi dovrebbero avere un'esistenza limitata nel tempo e poi essere cancellati per evitare confusione nella finalizzazione dei programmi.

Temporary Branches riflette sul nostro rapporto con la realtà, in cui soggettività e dispositivi tecnologici sono in permanente ibridazione; sul fascino per nuovi, ampliati orizzonti percettivi, ma anche sulla sensazione di un'astrazione senza ritorno.