bibliografia / Laura Viale, Torino-Milano, 2002

Alessandra Galletta
SEISECONDI di separazione, i nuovi scatti di Laura Viale

Gli artisti, i fedeli, e gli scienziati, dovrebbero unire le loro forze
per dare al mondo un colore più umano,
una luminosità diversa
Yves Klein (1957)

Sei secondi possono essere tantissimi. In sei secondi ti si buca la ruota dell'auto; ti fai un uovo sodo al microonde; puoi perdere un aereo, e puoi decidere se rispondere a due squilli di telefono.

In sei secondi la realtà cambia e trascolora in un'altra delle sue possibilità. Sei secondi bastano all'obbiettivo di Laura Viale, per la realizzazione di uno scenario che non c'era mai stato, e non ci sarà mai più.
Lei cambia il colore delle cose, delle persone, dei fiori e delle pupille. La realtà viene invasa da un arcobaleno saturo di colori incontenibili: da un lato dilagano e dall'altro si fondono in un diverso tono. E' accaduto al fiore di loto, al cactus, a stagni, a ninfee, alle onde del mare, ad una collina innevata, ai suoi amici e anche a me.

La natura dell'artificio

Nelle sue foto si incrociano natura e artificio con la stessa indecidibilità di altre immagini che siamo ormai abituati a guardare; penso ad esempio alle cartoline con filtro colorato (molto in voga un ventennio fa), in cui il Vesuvio diventava ultravioletto e il tramonto romano gettava sul cupolone un rosso più vicino alle luci di una discoteca di Mosca che a quelle di un crepuscolo mediterraneo.
Ci sono poi guaritori e santoni che con una polaroid ti mettono in mano l'immagine di una sagoma simile a te stesso, ma circondata da un alone trasparente che rivela lo stato di salute della tua 'aura'.
Sembrerà ridicolo, ma è sempre più allegro che ritrovarsi di fronte ad una 'foto termica' del proprio strato cutaneo, che in poche parole è un tuo ritratto molto particolare, che ti isola ed evidenzia in un bell'arancio forte e inequivocabile, la cellulite e l'adipe di troppo.
Ci sono anche effetti-color assai più drammatici, come le foto delle aree nemiche prese di notte, dall'elicottero: sembra scelto apposta, quel bel verde/nero militare che pervade i deserti da bombardare.
Riprese notturne, in immersione, in volo. Zoom, sgranature, retini e fari. Computer graphic, photoshop, color e chromakey. Dalla tv alla carta stampata, dalle cartoline ai rotocalchi, dal cinema fino alle testate scientifiche, è davvero troppo difficile ormai stabilire quanta parte di realtà ci sia nelle immagini; quanto effetto speciale, quanta finzione. Così nelle foto di Laura Viale può accadere che una tranquilla spiaggia diventi improvvisamente virata di tono e leggibile come fosse uno zoom sul "Nino" scatenato in avvicinamento, che corre nel Pacifico lungo l'Equatore in un grafico del Pianeta Terra.

Sguardi al silicone

Di fronte ad un bel mazzo di fiori, ci coglie l'indecisione su come esprimerne l'emozione. Forse "che belli questi fiori, sembrano veri!" oppure il contrario, "che belli questi fiori, sembrano finti!".
La finzione non nega la verità, e non è necessariamente la menzogna.
Un seno finto è un seno sintetico, ma è indiscutibilmente vero. Alcuni sostengono sia addirittura "ipervero". La finzione non sarà la verità, ma sicuramente è una realtà.
E' naturale la chimica? E' naturale l'atomica, è naturale il cancro, è naturale la vernice per unghie? Non lo sappiamo più. Per noi il Meteo è il tempo "in grafica", ma è anche una foto in movimento del pianeta, e le nuvole sembrano rincorrersi in presa diretta. La densità di popolazione e le profondità dei mari sono indicate a macchie e gradazioni; il feto che cresce nel ventre è grigio, il suo mondo è azzurro e la pancia bluviola. E rossoarancio sono i reumatismi, nella parte trattata da una pomata antidolorifica in uno spot.

Luminosa conoscenza

Troviamo oggi perfettamente normale che nel noto inserto femminile di un quotidiano, il trafiletto che condanna la manipolazione genetica dei cibi venga illustrato da un'immagine di chicchi di granturco gigante virati verde su fondo blu. Stiamo accettando come forse mai prima, il concetto anticipato da John Weir Perry "quello stato detto psichedelico è stato tanto spesso associato alle sostanze allucinogene da farci dimenticare che la natura umana possiede mezzi propri in grado di farci provare l'ebbrezza di questi viaggi" .
Le opere di Laura Viale non assomigliano alla realtà. Non sono foto, nè dipinti, nè artifici grafici. Non sono nè reali nè virtuali nè effetti speciali. Sono momenti di conoscenza luminosa. Sono la psichedelia senza allucinazione, il viaggio senza le droghe, l'immaginario senza immagine. Potrebbero arredare perfettamente il "Retinal Fetish", il locale che esiste solo in "Strange Days". E' l'equivoco pub notturno in cui si spacciano i frutti dell'SQID, il videoregistratore cerebrale che consente di rivivere esperienze vissute da altri.
Laura Viale ci consente di rivivere esperienze vissute da nessuno. Luoghi attraversati da nessuno. Stagni esistiti mai. Fiori senza natura. Ritratti che non ritraggono.
La sua è la messinscena della psichedelia, il suo involucro. Laura sa bene che le esperienze fondamentali di espansione si compiono sul percorso che porta non fuori bensì "più dentro" la forma.
Ecco perché il suo sguardo simula e descrive scene di raggelante lucidità.
I suoi paesaggi sono scenari da thriller, da fantascienza, da video-clip. Si serve di un arcobaleno pop, per trasformarlo e riadattarlo in un microclima da laboratorio scientifico.
Se lavora su un volto le pupille sono gialle, le labbra verdi, la fronte blu. Descrive e incoraggia una nuova temperatura per lo sguardo.
E' come in un acquario, in una discoteca, in un programma di prima serata o in un quiz pre-tg. E' come in una gardenia di plastica dentro una bolla di vetro viola, o sotto i raggi uva di un beauty center o nel piazzale di un autogrill, come al casello di un'autostrada, ad una sfilata di moda, o in un locale illuminato a wood.
Come nuotare in una piscina, o accostarsi ad un peep-show. A luci rosse, appunto.

Di tutti i colori

La lezione dei colori della nostra generazione, è incominciata in modo semplice ma piuttosto disincantato, e su certe cose non c'erano dubbi: il ghiaccio era sempre ghiaccio, d'accordo, però: Verde=menta, Marrone=cola, Rosa=fragola e Rosso=amarena. Accadevano talvolta alcuni incidenti di percorso - tipo la sconvolgente scoperta dell'esistenza di pulcini o conigli rosa, arancio, verdi e azzurri - ma erano fenomeni passeggeri. I detersivi si preoccupavano di rendere il bucato "che più bianco non si può", prima dell'esplosione dei detersivi "salvacolori", ricordate le due gemelle con lo stesso abito, uno orrendamente sbiadito? E' invece di poche settimane la comparsa sul mercato del LipNoir; un detersivo creato esclusivamente per abbigliamenti punk, dark e S/M.
La tutela del colore è entrata nella coscienza di tutti, non a caso molti ancora oggi si battono per salvare il verde; alcuni vivono di romanzi rosa, altri difendono il telefono azzurro, leggono gialli e noleggiano videocassette a luci rosse.
Di questo passo nei licei si studierà Pantone, e gli studenti ne faranno di tutti i colori. Che sia la pittura a dircelo, oppure la scrittura, o fotografia, non fa alcuna differenza.

Le sei passate. Le luci del locale divennero più fioche: era l'ora del cocktail. Le luci della città invece cominciarono ad ammiccare più intense. Sulle gru si accesero dei lumini rossi. Attraverso il crepuscolo che calava, fini aghi di pioggia divennero improvvisamente visibili.
Haruki Murakami da "Sotto il Segno della Pecora"

Laura Viale conosce bene le immagini, e le luci, e i colori. Tratta direttamente con la loro verità, e con tutta la loro bugia. Come ogni artista va oltre il già dato, sperimenta e si interroga avvertendo presagi. Sintonizza luminosità e contrasto sul mondo non per come è, ma per come si sta trasformando.
Ecco l'importanza per l'artista dell'agire in un contesto paradossalmente naturale, per la riuscita ottimale delle sue immagini. "All'aperto, d'estate, pochi minuti prima del tramonto è il contesto ideale", precisa, sorridendo all'idea di essere un'artista a suo modo "en plein air". Ma il suo è il realismo di un set, non della natura. La sua realtà si è verificata, certo, ma davanti all'obbiettivo, non attraverso un processo naturale. Come del resto non lo è il meteo, come non lo è l'aria che si respira in aeroplano, nonostante si stia volando giusto al centro del cielo.

Fotoricordi

Le fotografie di Laura Viale, con la loro brutale dolcezza, sono quella porzione di realtà che ci capita ogni giorno, ma di cui non sappiamo abbastanza. Dietro l'apparente spensieratezza di una fotografia che chissà come trascolora, lei ci fa guardare in alto, ma colpisce basso. Le sue sono immagini che ci parlano di una distanza dalle cose, che ci rende tanto più metafisici quanto più avvolti nel nostro raggelante habitat che ci piace chiamare "contemporaneo". Sugli sconvolgenti esiti delle reazioni possibili di un corpo colpito da una luce, molto ci ha dato il genere fantasy, con raggi perforanti e spade luminose. Kevin Spacey, l'alieno di "K-Pax", aspettando il raggio luminoso delle 5:40 a.m. che a suo dire lo riporterà sul pianeta natale, in realtà vi fa ritorno, ma si perde contemporaneamente. Perché tornare e restare, essere veri e falsi, reali e artificiali, "guardarsi dentro" in senso psicanalitico, oppure attraverso un'ecografia, sono tutte opzioni che dobbiamo prepararci a scegliere contemporaneamente.
Mentre l'insegna al neon di un ristorante illumina a giorno la nostra attesa, trasformandoci nei protagonisti di uno psicothriller - e noi non ce ne accorgiamo neppure - Laura Viale continua a prendersi i sei secondi che le servono per farne un attimo in più. Per creare un attimo oltre. Per lasciare, come dice lei stessa, "che le cose si muovano".

Bibliografia

Cataloghi
AAVV, "Bruce Nauman", catalogo della mostra al Walker Art Center, Minneapolis, 1994
Hannah Weitemeyer, "Yves Klein 1928 - 1962", Taschen, Colonia, 1998
Germano Celant, "Andy Warhol: a Factory", Kunsthalle, Vienna, 1998

Saggi, romanzi e poesia
Haruki Murakami "Sotto il Segno della Pecora", Longanesi, Milano, 1992
Franco Bolelli, "Le nuove droghe", Castelvecchi, Roma, 1994
Karl Taro Greenfeld, "Baburu, i figli della grande bolla", Instar Libri, Torino, 1995
Antonio Navarra, "Le previsioni del tempo", Il Saggiatore, Milano, 1996
Brian Eno, "Futuri impensabili - Diario, racconti, saggi", Giunti, Firenze 1997

Film
"Il deserto rosso" di Michelangelo Antonioni, Italia 1964
"Blue", di Derek Jarman, Gb, 1993
"Exotica", di Atom Egoyan, Canada, 1994
"Strange Days" di Kathryn Bigelow, Usa, 1995
"Le Onde del Destino", di Lars von Trier, Danimarca, 1996
"Eyes Wide Shut" di Stanley Kubrick, Usa, 1999
"K-Pax da un altro mondo" di J. Softley, Usa, 2002

 

Ugo Castagnotto
Scatto e stile

Lo sdoganamento artistico dello scatto fotografico, dagli anni settanta ad oggi, paradossalmente è avvenuto a partire dalla constatazione dei limiti della foto nel documentare la realtà.
Nell'epoca dell'informazione e della multimedialità l'immagine inflazionata delle cose sembra nascondere più che rivelare la loro ultima natura.
L'importanza della fotografia nell'arte figurativa successiva alla Pop Art si riallaccia alla domanda minimalista sulla natura del significato reale, che rimarrebbe sempre fuori, sempre negato agli strumenti linguistici. Lo sguardo, anziché finestra, è barriera che nega la vista sul panorama circostante.
La foto degli anni novanta ne trae le conseguenze raccontando l'esilio dell'immagine. Talvolta con eleganza, talvolta con pedante ironia, come chi spiega le barzellette.
La delegittimazione dell'arte, filosofia salvagente e inaffondabile come un sughero, ritorna a galla con una generazione di artisti che enunciano il problema del linguaggio costruttivo dell'opera standone fuori. Una posizione alibi, che assomiglia di più a quella dell'arbitro che quella del giocatore. Anziché costruire l'oggetto, ti dicono tutte le buone ragioni per non dartelo.
Queste ragioni sono molto spesso esterne alla ricerca dello stile. Nascono da un'analisi sociale dei linguaggi.
Prova ne sia il fatto che per parlare di oggetto artistico negato, come se si trattasse del Dio nascosto e mai rivelato, si trovino più adatte terminologie prese da discipline extra-artistiche, dalla sociologia dei segni, da Lacan e Kristeva, più che dalla filosofia del bello.
Per fortuna l'oggetto artistico messo fuori dalla porta dell'estetica, rientra dalla finestra delle scienze sociali, della semiotica e della psicoanalisi.
Non è forse volgendosi in direzione delle immagini dei sogni che lo psicanalista ha potuto proporre una soluzione al problema della realtà espropriata o rimossa? Perché l'artista non può farlo con l'immagine dell'arte?
La poesia si nasconde nello spessore dei muri che separano i linguaggi.

Che cosa fotografa Laura? Linguaggio, l'oggetto come convenzione, il suo involucro.
La luce colorata anziché vestire, ingoia inesorabilmente paesaggi, fiori, volti, con la determinazione di una legge meccanica. Mette di fronte all'obbiettivo campiture uscite dai contorni e dalle impalcature che le sostenevano. Anziché citare la realtà, Laura Viale scende in profondità con un lavoro di decostruzione architettonica.
La foto decostruita diventa accattivante per la sensazione di leggerezza e sollievo dello sguardo, liberato dalla forza di gravità che lo costringe di solito ad atterraggi forzati sugli oggetti. L'impatto dei suoi lavori è anche nel non avere un piano terra della composizione. Molti artisti del passato si sono cimentati con la sfida di togliere la legge di gravità alla pittura. E' una libertà con cui oggi siamo familiarizzati. Se lo stesso volo viene tentato dalla foto rimaniamo increduli, con la paura di cadere, per la pesantezza delle cose reali o ritenute tali.
Questo spiega molto bene che cosa ci stia a fare la macchina fotografica nella ricerca di Laura: ne è il linguaggio specifico e la sua attualità.
Come in un esperimento d'illusionismo, l'oggetto è già sparito quando riteniamo sia ancora là, sotto il drappo che tiene sollevato. Nell'aria si libra solo il foulard che lo nasconde. Tuttavia, senza il drappo non possiamo pensare alla sua illusionistica presenza. Così è della forma, ornamento smaterializzato.
Nel momento in cui diventa arte, la fotografia deve superare gli stessi ostacoli della pittura e della scultura. Il principale dei quali è l'accademismo. Riuscire a vedere e a far guardare più a quello che si è tolto che a quanto rimane.
La sfida artistica di Laura sta proprio nel dubbio di chi guarda, nel fatto che non si sa mai se ci sia l'oggetto o l'alfabeto dell'oggetto.
L'ornato, parola temibile, è chiamato in primo piano a sostituire il pregiudizio dell'obiettività, il colore si sostituisce al fiore. Nei ritratti è l'obbiettivo stesso che affonda nelle sabbie mobili della materia. I volti smarriscono significato nel proprio spessore. Un po' come tagliare a fette un cavallo a dondolo per farne bistecche. Si trova la carta pesta, la materia del segno. Questi volti non sono la sublimazione del convenzionale, ritratti alla Boldini, che non a caso impressionarono Andy Warhol. I ritratti di Laura sono la materia dello stile, stile senza il fardello delle cose.