bibliografia / L.M.F., Torino, 1999

Gianni Romano
Permanent Vacation


Laura Viale fotografa dettagli di un paesaggio naturale privo delle tracce di alcuna presenza umana. I soggetti delle sue fotografie sembrano essere fiori, felci, arbusti… in realtà, non si tratta di soggetti veri e propri. Le fotografie presentate nel 1997 alla prima personale da Guido Carbone possedevano un aspetto “scenografico” più accentuato (persino nei titoli: Scenic View…), anch’esse sembravano ciò che non erano, appunti personali di viaggi in posti incantevoli, spiagge da sogno, immagini da brochure da agenzia turistica. Marcella Beccaria (nel saggio introduttivo al catalogo) contribuiva a dare risalto a questa dimensione turistica: “Viaggiare è una ricerca di esperienze e parte essenziale di queste esperienze si concentra sull’idea di vedere, guardare scenari diversi da quelli quotidianamente accessibili.

Commentando il proprio lavoro, anche l’artista contribuiva a confermare questa impressione parlando di “vacanza mentale”, ma questa condizione da permanent vacation si fondava su un paradosso visivo evidente: il viaggio alla Chatwin, il girovagare alla ricerca di esperienze contemplative, non corrispondeva all’immagine “da cartolina” confezionata dalla nostra fotografa. In effetti, già da questa prima serie, l’artista ci avverte che non è più possibile fare affidamento sul proprio sguardo. L’arte contemporanea ci avverte in continuazione dicendoci che anch’esso è fittizio, costruito, proprio come i paesaggi da cartolina delle agenzie turistiche. D’altra parte, il turista (lo spettatore?) non trae forse godimento dal raggiungere e confermare a se stesso quella visione preesistente che lui/lei aveva già individuato sulla rivista o sull’opuscolo pubblicitario? Persino lo spot pubblicitario cerca di convincerci che il “fai da te” non paga, meglio non correre rischi, l’altrove non esiste, e se esiste forse è meglio non ficcarci il naso.

Lo scarto tra realtà oggettiva e soggettiva diventa ancora più evidente con le successive serie di foto nelle quali Laura Viale si concentra su alcuni particolari del paesaggio naturale: il viaggio viene ridimensionato (alcune foto sono riprese dalla finestra della propria abitazione torinese senza che lo spettatore si avveda del contesto urbano), è assente una certa sensazione ironica che era manifesta nella prima serie di paesaggi. Nei nuovi lavori la “vacanza mentale” mette da parte ogni possibilità di fraintendimento e si presenta come espansione della percezione. Roland Barthes avrebbe avuto qualche difficoltà a trovare il suo punctum in queste immagini perché qui (come in altri esempi della fotografia contemporanea) il punctum si è ormai diffuso per tutta la superfice dell’immagine; anzi, nelle foto di Laura Viale è perfino visibile. Una delle componenti stilistiche più evidenti delle fotografie attuali, infatti, sono i consistenti viraggi che lei ottiene illuminando i soggetti che fotografa con luci colorate, e non - come vorrebbe la tendenza attuale - in fase di postproduzione digitale. All’incirca un anno fa ci siamo scambiati un paio di lettere con l’artista. Per chiarire il suo rapporto con la fotografia, Laura mi inviò un brano da The Doors of Perception di Aldous Huxley all’interno del quale aveva sostituito la parola “mescalina” con “macchina fotografica”. Il brano recitava: “I libri, per esempio, di cui erano tappezzate le pareti del mio studio. Come i fiori, quando li guardai, essi si illuminarono, con più brillanti colori, di un significato più profondo. Libri rossi come rubini, libri smeraldi, libri legati in giada bianca, libri d’agata, d’acquamarina, di gialli topazi; libri lapislazzuli dal colore così intenso, così carichi di significato, da sembrare sul punto di lasciar gli scaffali per pretendere più insistentemente la mia attenzione…” Oggi non è un atteggiamento romantico a rendere la visione delle cose così cariche di significato, ma la consapevolezza che (più che dal bisogno di viaggiare) queste foto nascano da una precisa osservazione dell’impossibilità di una “normale” osservazione del reale e della propria fiducia nella natura ipotetica della fotografia. La percezione cromatica di queste immagini dichiara la propria finzione, come succede anche nell’installazione L. M. F. dove in una camera in penombra, diverse orchidee vengono adagiate sul pavimento. La disposizione dei fiori riproduce in modo astratto un prato fiorito. Ogni fiore è illuminato da una fibra ottica che pende dal soffitto, con una luce che cambia senza interruzioni dal rosso, al verde, al blu, al giallo. Questa installazione propone uno spazio tridimensionale che è finto, perché simula in un interno, ridisegnandolo e semplificandolo, un paesaggio naturale; allo stesso tempo però tale spazio è reale, perché esiste, è visitabile, lo si vede trasformarsi attraverso i diversi colori che, alternandosi fluidamente, lo illuminano. Laura Viale dimostra coraggio prendendo la fotografia come qualcosa di estremamente serio, per il tentativo di ridefinire la dimensione spazio-temporale, di aprirla a nuove esperienze, suggerendo immagini alle quali ognuno possa aggiungere le proprie fantasie e visioni, ma anche riflettere sul contesto attuale.

Con la fine del secolo, d’altra parte, l’incessante progressione della tecnologia nella vita quotidiana ha completamente cambiato la percezione del paesaggio quotidiano. Il passaggio da landscape a mediascape ha certamente modificato la nostra percezione del mondo, ma ha anche innestato possibilità di esperienza e di comunicazione che fino a poco tempo fa erano vissute solo a livello teorico. Oggi troviamo significato anche in ambienti virtuali, in contesti mobili e incerti, dai confini che vengono ridefiniti con estrema velocità: oggi è diventato essenzialmente utopico pensare ad una “normale” osservazione del reale. Jaron Lanier parla di questo nuovo spazio come di un “assalto sulla passività del soggetto contemporaneo”, un luogo che costringe lo spettatore ad agire, a reagire. Ecco, i risultati delle vacanze di Laura Viale ci regalano questo, momenti di riflessione, una ridefinizione della proprie capacità percettive e la possibilità di vedere (più che andare) altrove.