bibliografia / If You Lived Here You’d Be Home by Now, Torino, 1998

Marcella Beccaria
La vera vacanza della post-turista


Non so se Laura Viale sia una turista organizzata, di quelle che si preparano la valigia parecchi giorni prima di partire, portano pochi vestiti, solo quelli “adatti”, selezionano con cura le scarpe - oppure le pinne - posseggono tutte le creme, dall’indice 2 a quello 24 per il naso, e sostengono che le Lonely Planet sono le migliori guide al mondo. Capisco che la questione sia marginale. Piuttosto, sembra evidente che Laura è, o si pone, come una post-turista, alla ricerca dell’inautenticità della esperienza turistica.

Fare il turista, si sa, è un’esperienza essenzialmente moderna che significa dedicarsi ad un’attività di svago contrapposta alla quotidiana routine del lavoro organizzato. Avere del tempo libero è il lusso di chi ha molto tempo occupato.

Già i Romani, in realtà una ristretta élite, si lamentavano della vita caotica della metropoli e si organizzavano le ferie. Seneca, come al solito un po’ snob, criticava il viaggiare peripatetico di certi suoi amici e lo attribuiva ad insolute problematiche esistenziali. Nel Medioevo e fino al Rinascimento i viaggi erano grandi eventi organizzati come pellegrinaggi o crociate, di solito con partenza preferenziale da Venezia e visita obbligata ad un elevato numero di luoghi sacri. Poi il Grand Tour, dal 600, vede i figli dell’aristocrazia scorrazzare per l’Europa fino a costruire nell’800 l’idea di un turismo scenico, fondato sull’esperienza del sublime.

Il turismo come fatto di massa è però un dato dell’ultimo secolo e mezzo. Secondo alcune stime, viaggiare occupa il 40% del nostro tempo libero e l’industria del turismo probabilmente sarà la più grande fonte di impiego entro il 2000. Viaggiare è una ricerca di esperienze e parte essenziale di queste esperienze si concentra sull’idea di “vedere”, guardare scenari diversi da quelli quotidianamente accessibili. Come turisti, adottiamo uno sguardo che ha delle specificità ed è il frutto di una costruzione culturale sedimentata da secoli di letteratura di viaggi, quadri, vedute, e naturalmente fotografie. «Oggi tutto esiste per finire in una fotografia» ha scritto Susan Sontag, mentre racconta di come il viaggio moderno sia una strategia per accumulare fotografie e la macchina fotografica sia un cuscino, uno schermo appunto, che il turista sente di dover frapporre tra sé e tutto cio che incontra. La fotografia dà forma all’esperienza ed evita il disorientamento provocato dal trovarsi in un luogo estraneo.

Ma cosa si deve guardare - e perciò fotografare - quando si viaggia?
Professionisti esperti, mettono a disposizione una grande banca dati facilmente disponibile nella forma di cataloghi, depliants e più recentemente video cassette. Lo sguardo è costruito, rinforzato ed autorizzato da un insieme di immagini preesistenti, concepite per suscitare e nutrire il desiderio di andare lì piuttosto che altrove. Si parte per ricercare quella data immagine, spesso segno perfetto di tipicità del luogo incontrato. L’iconica immagine della veduta di Firenze, il grandioso tempio indiano, la palma sull’isola tropicale, le piramidi in Egitto. Il turista è un semiologo. Persino un non-luogo, come l’autostrada, può diventare il segno di una cultura, ed Umberto Eco cominciava i suoi Viaggi nell’iperrealtà sulle autostrade californiane.

Dodici paesaggi, rigorosamente quadrati ed inquadrati per catturare la specificità dell’isola tropicale, palma inclusa. La post-turista Laura Viale si delizia della necessaria condizione di outsider del turista, irrimediabilmente separato dalla popolazione locale, ed evita di ritrarre alcun segno di vita umana, salvo poche tracce sulla spiaggia. La post-turista non si inganna nella ricerca della realtà, e lascia anche se stessa fuori dall’immagine. I luoghi risultano perfetti solo se sperimentati alla superficie, lasciando fuori insetti, scottature e cibi misteriosi. L’unica ora della giornata degna di essere vissuta è quella in cui la luce è giusta per la foto. L’appropriazione dell’isola avviene attraverso immagini già date, viste e conosciute. I simulacra di Baudrillard sono certo preferibili alla realtà.

«I turisti sono “volgari, volgari, volgari”», diceva Henry James. C’è anche chi dice «io sono un viaggiatore, gli altri sono turisti». La fatica del turista che cerca l’esperienza reale e poi si scontra con l’orrore dell’imprevisto, è il divertimento della post-turista che sa che la “vera vacanza” non esiste.

 

Laura Viale
If You Lived Here You’d Be Home by Now


Quando ero in vacanza alle Seychelles, al tramonto le spiagge si riempivano di macchine fotografiche e telecamere. Scambiavo consigli per ottenere le inquadrature più pittoresche. “Tutto compreso”: malinconia, sogno, desiderio di scollegarsi in qualche modo dalle logiche e dai sistemi, magari comprando un’offerta speciale per qualche isola tropicale...
Ho scoperto che guardare attraverso l’obiettivo di una macchina fotografica può essere terribilmente commovente. Un po’ come guardare attraverso il finestrino di un treno o di un’automobile e vedere passare prati, villette, grattacieli: mi consolo pensando che, tutto sommato, potrei vivere anch’io in mezzo a quei prati, in quelle villette, e così via; potrei anche abitare in una foresta di palme o in una capanna di fronte all’Oceano.
L’estate scorsa, su una delle mille autostrade che attraversano Los Angeles, guardando fuori dal finestrino ho letto la pubblicità di un centro residenziale, diceva proprio così: You Lived Here You’d Be Home by Now.

P.S.
Mi affascina la ricerca di empatia con la natura, collegata all’inquietudine e al desiderio di fuga.
Mi seduce la contemplazione.
M'interessa il paesaggio “esotico” come possibile set per una fuga romanticamente contemporanea: una gigantesca cartolina plastificata di cui, grazie alla pratica video/fotografica, a fine vacanza ognuno porta a casa una copia personalizzata.
Paesaggio esotico come non-luogo, ambiente commercialmente e comunemente destinato al tempo libero, attraverso il quale si transita, in vacanza o virtualmente. Oggi la distinzione tra “vicino” e “lontano” non ha significato, perché siamo in contatto con luoghi geograficamente molto distanti, tramite la loro facile assimilazione da parte dei media. Viviamo nell’era del «più reale del reale» «più_reale_del_reale», in cui l’immagine simulata è dissolta nella vita quotidiana. Perché non esasperare questa iperrealtà, rappresentando immagini che già di per sé costituiscono dei cliché nella memoria visiva collettiva; enfatizzandone la valenza di simulacri attraverso la stampa fotografica, che è pura superficie, e il sistema cibachrome, che ne accentua i connotati iperrealisti.
I miei paesaggi sono privi di riferimenti narrativi, i titoli ne sottolineano il carattere astratto e non documentario. Sono fotografie che potrebbero essere state scattate in una qualsiasi località tropicale, forse potrei averle prese in prestito da un catalogo di viaggi... Per comporre un’ennesima offerta di vacanza mentale.