bibliografia / UNICUM, botto&bruno - Laura Viale, Torino, 2013

Claudio Cravero
UNICUM, botto&bruno - Laura Viale
In Internaturalità, Prinp Editore, Torino, 2013.

Nell'ambito di Internaturalità, a conclusione del programma annuale 2013, prende forma la nuova edizione di UNICUM. Attraverso la selezione di precise opere scelte tra la produzione degli artisti residenti e operanti nel territorio piemontese, il progetto espositivo Unicum intende approfondire la pluralità di sguardi intorno ai temi dell'arte del vivente, con particolare attenzione ai concetti di trasformazione e recupero.

This is the place where I feel at home e Senza titolo (Inframondo) sono i due progetti appositamente studiati per il PAV da botto&bruno (1963 e 1966, Torino) e Laura Viale (1967, Torino), lavori che riflettono sul cambiamento e sulla trasformazione dei luoghi al fine di preservarne la memoria e la percezione. Sia nello scenario a metà tra natura e cultura suggerito da botto&bruno che nel paesaggio reale di una grotta profonda proposto da Viale, le ricerche dei due artisti prendono in esame aree marginali o residuali, spazi al limite quanto estremi, reali o generati dalla fantasia. Si tratta in generale di quei luoghi che implicano una particolare predisposizione: l'essere attraversati, esplorati e abitati. Secondo una definizione dell'antropologo e architetto siciliano Franco La Cecla, infatti, "L'abitare un luogo, temporaneamente o per periodi più lunghi, è una facoltà umana".[1] È un'abilità acquisita secondo una precisa attitudine biologica che, coincidendo con l'essere presenti in quel dato luogo, va a ridefinire lo spazio anche più remoto e impensabile.[2] In sostanza, è quella capacità di trasformare gli spazi in "casa".

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Nei lavori di Laura Viale si alternano elementi prelevati dal reale ma che, ricomposti o semplicemente lasciati al caso, diventano quasi astratti. La sua ricerca è da sempre volta all'esplorazione della dicotomia "natura-artificio", dove a modificare l'una è l'aggiunta di una particolare luce che sposta semplicemente lo sguardo e cambia la prospettiva dell'altro.
In Senza titolo (Inframondo), progetto in progress esito di ricerche e spedizioni sul campo (nel caso specifico di Unicum il lavoro è stato condotto nell'ambito delle Attività Educative del PAV con il Workshop_34, luglio 2013), Viale entra fisicamente nelle viscere della terra. Tralasciando in questa sede ogni tipo di lettura psicoanalitica o filosofica rispetto all'ingresso in una caverna, l'artista si spinge in modo avventuroso nel cuore di una grotta, ricalcando in un certo senso il Viaggio al centro della terra di Verne. E, una volta in profondità, Viale realizza una serie cospicua di disegni con la tecnica del frottage. Si tratta di una tecnica manuale di sfregamento che mette in rilievo la trama della superficie indagata con una semplice matita, e che in ambito artistico trova radici lontane (dai primi Dada sino alle sculture organiche di Giuseppe Penone). Ma è in ogni caso un procedimento che ha segnato indistintamente tutti coloro che, da bambini, lo adottavano per tracciare con la grafite monete e medaglie.
Per Laura Viale non è però tanto il risultato e la quantità dei disegni ottenuti a definire conclusi il lavoro e il processo. Il punto centrale, che si ripete a ogni esperienza e in ogni escursione, è l'ingresso e la vita nel ventre della terra. Questo "entrare dentro", che coincide in un certo senso con il suo opposto "uscire fuori", costituisce per Viale un'azione di vigile analisi della "soglia". Dove soglia significa "stare tra". Ma la soglia, che è attraversabile quanto può costituire al tempo stesso una barriera, è anche il luogo che ribadisce le differenze. Nel confermare "l'io e il tu" (dove finisce uno e comincia l'altro), la soglia ha anche la capacità di sfumare le diversità, ammorbidirle e permearle, vale a dire lasciarle entrare e uscire in un flusso continuo. Ogni soglia anticipa un'apertura o una chiusura, o anche un'inversione. Perché la soglia può essere una lente che rovescia e ribalta l'immagine del mondo. La riflette. Così accade nelle nostre case poiché entriamo in luogo chiuso e protetto. Ma le nostre abitazioni solo luoghi che riflettono, come in uno specchio, il mondo esterno dal quale proveniamo. "Le nostre case sono microcosmi dell'universo fuori che portiamo dentro e riflettiamo in un interno".[3]

Lo sguardo verso l'interno, inoltre, si rifà in un certo senso anche a molti degli esami diagnostici e dei test medici che rivelano la natura corporea costituita da membrane, fibre e liquidi. Interesse, quest'ultimo verso il mondo corporale, che ha già influenzato in passato artisti come Mona Hatoum o, nel campo della Bioarte, il collega torinese Dario Neira. Rispetto alle grotte e alle cavità, invece, l'attenzione di Laura Viale è verso quegli elementi fisici e mineralogici che rivestono i cunicoli naturali attraversati, dove l'artista è spinta dalla volontà di ripercorrerne la "pelle" con la tecnica del frottage e dal desiderio di scendere sempre più in profondità. Pur ripercorrendo con il tatto e con il tratto le superfici delle caverne, imprimendo infine i segni su carta millimetrata, l'intenzione di Laura Viale non è quella di "mappare" e ricostruire la grotta in modo puntuale. Il suo interesse sta nel processo attraverso il quale il disegno prende forma. Come quest'ultimo, in sostanza, appare e "viene alla luce" grazie al contatto fisico dell'artista con lo spazio in cui è immersa. Senza titolo (Inframondo) diventa allora una serie di fogli modulari realizzati dall'artista e dai "compagni" che hanno preso parte alle spedizioni speleologiche. L'installazione si snoda in questo modo sulla parete a creare nuovi paesaggi. Sono presenze – ormai esterne – che narrano di luoghi interni, spazi in un certo senso rituali tra il fisico e l'irreale.

In entrambi i lavori, This the place where I feel at home e Senza titolo (Inframondo), si tratta in definitiva di sguardi filtrati. Esattamente un oblò-spioncino per spingersi fuori e una soglia da attraversare per raggiungere il buio. E si tratta, ancora, di due movimenti, uno verso l'esterno e uno verso l'interno, che cercano di definire quello spazio sbiadito e sfumato del "tra". Ciò che sta in mezzo.

 

[1] Franco La Cecla, Perdersi. L'uomo senza ambiente, ed. Laterza, 2000, p. 76.
[2] Ibidem.
[3] Idem., p. 110-111.